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Un’estate senza logo

Saranno sugli scaffali tra pochi giorni le nuove bottiglie e lattine di Coca-Colano logo”. Di cosa stiamo parlando? La bibita gassata più famosa al mondo fa sbarcare in Europa la sua campagna no logo, cominciando proprio dall’Italia.

Da metà maggio fino alla fine del mese di agosto le etichette dei prodotti Coca-Cola acquistabili in Italia non riporteranno più la classica scritta. Ci saranno al suo posto 150 nomi di battesimo, soprannomi, e modi di dire tra i più diffusi tra i giovani dai 13 ai 19 anni nel nostro Paese accompagnati dal claim “condividi questa Coca-Cola con…”.

“Condividi una Coca Cola”, questo il nome della campagna, si presenta come un esperimento di personalizzazione che nessun’altro aveva mai provato prima nel vecchio continente. «L’idea nasce dal desiderio di essere sempre più vicini al nostro pubblico e diventare, sempre più, la bevanda di tutti» spiega Fabrizio Nucifora, direttore Marketing di Coca-Cola Italia.

L’ultima trovata dello storico marchio americano sembra essere la naturale continuazione delle campagne precedenti, mirate soprattutto all’acquisizione di nuovi consumatori tra gli adolescenti e accrescere la fedeltà al marchio dei clienti già soddisfatti. Dopo le campagne su social media come Twitter e Facebook, applicazioni per smartphone e giochi online, il colosso di Atlanta punta alla personalizzazione massima dei suoi prodotti.

Voi comprereste più volentieri una bottiglia con sopra il vostro nome?

 

Facebook si lancia nel mare degli hashtag

Secondo il prestigioso Wall Street Journal, Facebook avrebbe intenzione di introdurre gli hashtag all’interno del prorpio sito.

Gli hashtag sono nati con Twitter, come parole o frasi precedute dal cancelletto (#), con la funzione di “ordinatori”. Gli utenti di Twitter idearono l’hashtag più di cinque anni fa cercando un modo di permettere alle persone di raccogliere i tweet sui propri argomenti preferiti. Gli hashtag sono stati uno dei fattori cruciali per il successo mondiale su larga scala di Twitter.

Svolgono il compito di aggregare i messaggi secondo gli argomenti di cui trattano, e sono inseriti direttamente dall’utente. Gli utenti più “anziani” li possono intendere anche come una sorta di espressione creativa in forma abbreviata. Praticamente permetterebbero a Facebook di ordinare rapidamente tutte le conversazioni all’interno del social network intorno a determinati temi.

Questo che vantaggi comporterebbe per l’impresa? Il sito diventerebbe più adatto a distribuire notizie e messaggi promozionali mirati (il veicolo economico del social network) oltre che a incrementare la condivisione di notizie implementandola con nuovi strumenti, quindi generando più traffico in modo tale da fare acquistare ancora più valore agli spazi pubblicitari disponibili.

La scelta di Facebook trova un riscontro positivo se andiamo a guardare le campagne di multinazionali come Coca Cola. Sempre di più le grandi società amano legare il messaggio promozionale ad un hashtag, a seconda dell’ evento o della notizia saliente del giorno. Amano la convergenza mediale: unìscono per esempio televisione, social network e radio mediante campagne che richiedono la partecipazione dell’utente, rendendo sicuramente il risultato finale più efficace.

Insomma pare che Facebook, invece di stagnare nella sua funzione di aggregatore di amici e famiglia lasciando fuori il resto del mondo, stia sempre più cercando di seguire la strada di Twitter: negli anni sono state introdotte feature twitteriane come la possibilità di creare una lista di iscritti per ogni utente, la possibilità di taggare brand o celebrità grazie alla “@” e le più recenti redesign del profilo e graph search. Anche la recente acquisizione di Instagram da parte di Facebook, sembra confermare le indiscrezioni . Anche Instagram, infatti, usa il sistema degli hashtag per organizzare i contenuti .

Non è chiaro a che punto sia lavoro di Facebook sugli hashtag, sembra che l’introduzione non sia così imminente, secondo il Wall Street Journal.

Non ci resta che aspettare e vedere chi sarà il vincitore.

Coca Cola si schiera contro l’obesità

Coca Cola decide di dare una svolta alla sua strategia di comunicazione creando uno spot per sensibilizzare l’opinione pubblica americana sul grave problema dell’obesità.

Lo spot di due minuti è il primo negli USA a essere prodotto proprio da una di quelle multinazionali che da tempo sono additate come responsabili dello stato di salute degli americani. L’obesità infatti riguarda quasi due terzi della popolazione adulta e un terzo di quella infantile. Situazione preoccupante, per la quale probabilmente Coca Cola ha riconosciuto di dover fare qualcosa.

La campagna punta ad ammettere il problema delle bibite zuccherate e gassate, allo scopo di parlarne e trovare una soluzione. Coca Cola passa in rassegna le sue iniziative per un consumo moderato, equilibrato e soprattutto salutare dei propri prodotti: formato mini, dolcificanti naturali, linee di prodotti a basso contenuto calorico e privi di zuccheri. Illustra anche il progetto di riposizionamento dei prodotti all’interno dei distributori automatici nelle scuole, che punta a favorire bevande dietetiche e succhi di frutta.

Con un approccio emozionale che invita alla riflessione, lo spot riesce a convogliare questo messaggio socialmente responsabile e utile, sfidando i tabù senza omissioni e ipocrisie. Come Together, tutti insieme contro l’obesità.

Nuove marketing experience su Spotify

Spotify è un servizio di streaming musicale che permette di ascoltare, gratuitamente per 6 mesi e successivamente a pagamento, milioni di brani musicali.

Il software, lanciato nell’ottobre 2008 dall’omonima startup svedese, permette agli utenti di creare delle playlist e di condividerle su facebook e twitter. Spotify non è solo una piattaforma di streaming ma è un mix redditizio tra una community online, una radio, un social network e una app.

Molti brand stanno iniziando collaborazioni con questo network che vanta ormai più di 20 milioni di utenti, con l’obbiettivo di raggiungere nuovi target in un modo tutto da sperimentare.

Caffreys, il brand di birra irlandese, ha mandato in onda su Spotify un’esilarante trasmissione radiofonica condotta dagli amatissimi DJs Alex Zane e Pete Donaldson. Nella web page della bevanda, gli utenti sono stati invitati a votare le loro canzoni preferite da una lista di celebri brani musicali remixati ad hoc dai Djs. I brani musicali più votati sono stati raccolti in una playlist che è possibile condividere con i propri amici. La birra Caffreys ha scelto di lanciare la sua campagna pubblicitaria su Spotify alla scopo di avvicinare i giovani al consumo di questa bevanda.

Il servizio di music streaming sta diventando un partner importante per le grandi aziende presenti nel mercato mondiale: in questi giorni infatti, Coca Cola sta siglando un accordo con la piattaforma per il rilascio di una nuova app che permetterà a Spotify di diventare l’esclusivo fornitore di musica all’interno della sua timeline di facebook.

Anche Herbal Essences, il marchio di prodotti per la cura dei capelli, ha realizzato una campagna su Spotify riuscendo a integrare perfettamente il servizio di streaming alla pagina facebook. Il brand ha chiesto ai fan di caricare e condividere le canzoni che amano cantare sotto la doccia. Gli utenti hanno la possibilità di cercare la canzone che desiderano cantare e ascoltarla oppure aggiungerla alla propria playlist.

Osservando i primi risultati di queste campagne pubblicitarie, sembra che Spotify si stia rivelando una piattaforma in grado di offrire grandi opportunità di sviluppo del business.

L’ottimo servizio di streaming però, soffre ancora di alcune limitazioni geografiche (è presente solo in 16 paesi) che non gli permettono di esprimere appieno tutte le sue possibilità commerciali.

Anche se la piattaforma non è ancora approdata in Italia, il team di Spotify promette che farà tutto il possibile per rendere il software disponibile al più presto.

Nell’attesa di testarlo, voi realizzereste una campagna pubblicitaria su questo network musicale?

Coca-Cola Zero video puzzle: tra spot tv e social network

Quante volte abbiamo sentito dire che gli spot pubblicitari televisivi sono superati e che c’è bisogno di qualcosa di nuovo? Una soluzione potrebbe essere la creazione di un ibrido tra questi spot e il mondo digitale non convenzionale, allo scopo di coinvolgere i consumatori utilizzando nuove modalità d’esperienza.

Un esempio di successo è stato ideato da e-dologic Israel con la campagna pubblicitaria “Open Your Mind”, ideata per promuovere la Coca-Cola Zero su Facebook. L’obiettivo era di creare uno spot pubblicitario per acquisire più visite possibili e accrescere il numero dei fan.

Il video è stato linkato all’interno della fanpage e trasformato in un gioco virtuale: un puzzle che per essere composto (nel minor tempo possibile) necessitava di ripetute visioni dello spot. Il tutto per guadagnare uno dei premi messi in palio dal brand.

Come ci spiega il video, i risultati sono stati più che positivi: nel giro di 2 settimane la pubblicità è stata vista in media 23 volte per utente, la pagina di Facebook ha raddoppiato il numero di like a circa 21.000 e il numero di visualizzazioni ha toccato la soglia dei 350.000.

Quale potrebbe essere secondo voi un gioco da abbinare ad uno spot?

Sapete distinguere un articolo da un redazionale pubblicitario?

Una recente pronuncia emessa su ricorso del Comitato di Controllo nei confronti di Coca Cola Italia e Mondadori ha lasciato il segno. Entrambi sono stati sanzionati dal Giurì dell’Autodisciplina Pubblicitaria per un articolo apparso su Donna Moderna in palese contrasto con l’art. 7 del Codice di Autodisciplina (identificazione della comunicazione commerciale).

Il pezzo in questione riguardava un’intervista intitolata “L’idea vincente – Le sorprese intorno alla tavola di Lorella Cuccarini”. Oltre al racconto di una cena improvvisata riportato in prima persona dalla conduttrice, nel testo veniva presentata una ricetta. Il tutto corredato da quattro foto, due che ritraggono la Cuccarini e le altre due  tavole imbandite con in primo piano una bottiglia della famosa bevanda.

Ma non era così. In realtà il pezzo non riguardava la showgirl, bensì una pubblicità occulta della bevanda. Così il 7 Ottobre scorso il Comitato ha ottenuto la censura del messaggio e ne ha ordinato la cessazione. Il redazionale, a detta del Comitato, non aveva quelle indicazioni e modalità grafiche che ne evidenziassero la sua natura pubblicitaria: caratteri grafici diversi dagli articoli giornalistici, mancata numerazione delle pagine, colori principali delle foto che richiamavano i colori del marchio Coca Cola. Ciò non permetteva al lettore di cogliere il messaggio puramente pubblicitario.

In questo caso ciò che è stato messo in discussione è stato un problema di trasparenza, ovvero la fondamentale chiarezza tra pubblicità e testo giornalistico, uno dei pilastri sui quali si regge il codice di Autodisciplina.

Quello tra informazione e pubblicità è un labile confine che,  se da un lato può dar luogo ad idee creative e fantasiose su come rimanervi in bilico, dall’altro è sottoposto ad una rigida regolamentazione che non può essere assolutamente elusa.

Voi cosa ne pensate?