Author Archives: Simone Mozzato

Diritti per le donne: la battaglia si estende al web

Davvero interessante l’ultima campagna per i diritti delle donne, realizzata per Un Women (ente internazionale per i pari diritti e per tutelare le donne) da Memac Ogilvy & Mather Dubai. Le immagini della campagna ritraggono quattro visi femminili dai lineamenti che rappresentano diverse popolazioni mondiali.

Su ogni viso, all’altezza delle labbra, è stata piazzata ad arte una barra di ricerca, in tutto simile a quella di Google. Nella barra, inoltre, c’è l’inizio di una frase come “le donne dovrebbero” e, con l’ausilio del menù a tendina che appare grazie alla funzione di completamento della ricerca, appaiono le conclusioni alle frasi, come “essere messe al loro posto”.

La funzione di completamento automatico aiuta chi ricerca fornendo le parole chiave più frequenti. In questo caso, basandosi sui dati delle ricerche fino al 9 marzo 2013, i creatori della campagna hanno voluto dimostrare come, anche in rete, gli stereotipi e il sessismo siano profondamente e largamente diffusi. Le frasi nelle immagini della campagna sono frasi reali, che si trovano in rete molto più spesso di quanto si possa pensare.

La rappresentazione è chiara: alle donne viene tolto il diritto di parola e di esprimere il proprio pensiero, le proprie ambizioni e i propri desideri. Sono gli altri che decidono cosa una donna deve o non deve fare. Per questo motivo, subito sotto la stringa di ricerca, c’è una frase aggiunta dai creatori, che riprende quella utilizzata nella ricerca, ma che viene completata in modo differente: “le donne dovrebbero avere il diritto di prendere le proprie decisioni”.

I creatori hanno sottolineato che i motori di ricerca e, in particolare Google, non devono assolutamente sentirsi chiamati in causa. L’utilizzo della barra di ricerca vuole simboleggiare il mondo digitale. Anche lì la discriminazione è purtroppo diffusa.

La campagna è stata lanciata su Twitter con l’hashtag #WomenShould, anche in vista del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Vi lasciamo alle immagini, di sicuro impatto.

Caso Enel: quando l’hashtag ti si ritorce contro

Forse nei giorni scorsi vi è capitato di incrociare l’hashtag #guerrieri e di vedere lo spot Enel in televisione. Si tratta dell’ultima campagna marketing realizzata dall’azienda inglese Saatchi & Saatchi, che ha creato una piattaforma di storytelling dove chi si sente “guerriero” può, appunto, raccontare e condividere la propria storia.

Ma chi sono i #guerrieri, secondo Enel? Tutti coloro che lavorano e studiano duramente per costruirsi il proprio futuro. Sul sito di sharing dell’azienda, si legge la tagline “Qualunque sia la tua battaglia, hai tutta l’energia per vincerla. Anche la nostra”. Con questa frase si è cercato di spronare la gente a condividere le proprie storie per qualificarsi tra i 100 utenti con più seguaci per poi partecipare all’estrazione di 5 biciclette elettriche.

Di per sé il concept non è male: dare visibilità a chi, ogni giorno, fa la sua parte, affrontando coraggiosamente tutti gli ostacoli che la vita gli pone davanti, che si tratti di un operaio, di una mamma, di uno studente o di un impiegato. Peccato però che la campagna si sia ritorta contro Enel, divenuta bersaglio di un massiccio attacco partito proprio sulla piattaforma social dell’uccellino che l’azienda voleva coinvolgere.

Con l’hashtag #guerrieri, infatti, moltissimi utenti hanno colto l’occasione per far valere le proprie ragioni contro l’azienda, accusandola di populismo e “pubblicizzando” tutti gli avvenimenti non proprio lusinghieri che riguardano l’Enel in diversi luoghi del mondo. È importante ricordare come l’azienda abbia comprato il TT (top trend) e che questa azione le si sia rivolta contro, dando moltissima visibilità a chi criticava piuttosto che a chi raccontava.

La figura dei #guerrieri rilanciata dal popolo del web è quella di chi “ogni giorno, nei territori, si batte contro le centrali a carbone di Enel” o di coloro che “devono pagare la bolletta più cara d’Europa e sono in cassa integrazione”.

Ma non finisce qui! Negli ultimi giorni c’è un’altra campagna che si è diffusa in maniera virale. O sarebbe meglio chiamarla “contro-campagna”. Il gruppo creativo BluMagenta ha avviato l’hashtag #coglioni per sponsorizzare una fantomatica azienda, tale “nelQ”. Il fine è ribattere a Enel e dare voce alle persone che sono, parole testuali, “stanche di essere presi per il Q”.

La didascalia delle immagini, del resto, è molto più eloquente di qualsiasi descrizione: “Siamo Guerrieri o Coglioni?Abbiamo le tasse più alte del pianeta, un debito pubblico superiore a duemila miliardi, la disoccupazione giovanile al 40%. Il sistema sanitario nazionale è al collasso. Siamo tra i paesi Europei che investono meno in istruzione e cultura, quello con la più bassa percentuale di diplomati e laureati ma con la spesa pubblica costantemente in crescita. Facciamo trecento miliardi di evasione fiscale all’anno. Siamo uno dei paesi più corrotti al mondo. P.S. L’energia italiana è la più cara d’Europa. Chiunque tu sia, hai da sputare sangue. Anche per colpa nostra.”

Di seguito, il promo televisivo Enel.

C’è una cosa che i grandi brand pare non abbiano ancora capito: il marketing sui social è un’arma a doppio taglio perché dà voce sia agli amici, sia ai nemici. La cura della campagna dovrebbe essere al limite del maniacale per evitare ogni possibile appiglio ai detrattori che, probabilmente, diranno comunque qualcosa e, si sa, le brutte parole viaggiano molto più velocemente dei complimenti.

La cosa fa sicuramente sorridere e riflettere, soprattutto in un momento delicato come quello attuale, segnato da una crisi persistente e un disagio diffuso.
Voi cosa ne pensate? Vi sentite più #guerrieri come Enel sostiene, o più #coglioni?

Se succedesse qui e ora?

In Svizzera sono apparsi un po’ ovunque dei poster pubblicitari speciali: raffigurano situazioni forti, che non possono passare inosservate, come un prigioniero in catene o un padre che porta tra le braccia suo figlio esanime. Ma la vera novità sta nel fondale di tali scene: lo sfondo è esattamente ciò che c’è dietro il cartellone pubblicitario, dando così l’impressione che stia accadendo esattamente lì e proprio in quel momento.

La tagline che accompagna questi poster è “it’s not happening here, but it’s happening now” che corrisponde a “Non sta accadendo qui ma sta accadendo ora”. Il fine di questa campagna è mostrare scene in cui alcune persone vedono violati i propri diritti umani ambientandoli esattamente nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre metropolitane, nei nostri centri affollati. Questo perché, spesso, si vivono le tragedie umanitarie con forte distacco poiché sono avvenimenti che accadono lontani dalle nostre case, lontani dai nostri Paesi.

La campagna nasce dall’intenzione della sezione svizzera di Amnesty International di sensibilizzare la popolazione sul tema dei diritti umani e pare che abbia avuto successo, visti gli aumenti di visite sul sito dell’organizzazione. Gli ideatori della campagna sono Walker Werbeagentur, Federico Naef, Keystone e APG.

Di seguito troverete alcune immagini e un video che proviene direttamente dal sito di Walker Werbeagentur.

 

Riforma di YouTube targata Google: meno insulti, più conversazioni

Come avevamo già precisato qui, è ormai ampiamente provato come un’azienda debba coltivare l’interazione con i propri consumatori e coi possibili clienti attraverso i social e, più specificatamente, attraverso lo scambio di opinioni, idee e domande avvalendosi dei commenti. Capita spesso, però, che i commenti si trasformino in frasi non proprio lusinghiere, fino ad arrivare a veri e propri insulti, provocazioni e polemiche sterili creati ad hoc dai disturbatori “di professione”, i cosiddetti troll.

Lo stesso problema ha contagiato, ovviamente, anche YouTube. Sotto i video più cliccati (e anche su quelli meno diffusi) proliferano commenti offensivi di qualsiasi natura: razzista, sessista e perfino contro gli utenti nuovi e inesperti (newbie o, in maniera offensiva noob, italianizzato come niubbo). Per questo motivo, il sito di video più cliccato del mondo si sta evolvendo: sul blog ufficiale è stato annunciato un progressivo cambiamento che parte questa settimana e si protrarrà fino a fine anno.

La sezione commenti di YouTube si trasformerà in “conversazioni che interessano” e i profili verranno collegati ai profili Google+. Grazie a questa novità, le conversazioni verranno modificate e personalizzate a seconda dei gusti di ogni singolo lettore. Ovviamente, oltre ad una migliore personalizzazione, questa mossa dovrebbe aumentare il bacino d’utenza del social di Mountain View.

In particolare, le discussioni ora verranno regolate in base a chi commenta. La priorità assoluta andrà, ovviamente, al creatore del video, seguito poi dalle persone appartenenti alla cerchia del lettore (in linguaggio Facebook, i suoi amici) e dalle cosiddette “personalità popolari”, le star di YouTube. Inoltre, gli scambi più attivi e rilevanti verranno categorizzati per facilitarne la navigazione e la lettura. Perfino le proposte dei video suggeriti verranno personalizzate sfruttando le informazioni del profilo social.

Con l’integrazione di Google+ sarà possibile rendere visibile il commento solo alla propria cerchia o solo a determinati utenti, rendendo così diversa l’esperienza per ognuno. Importante anche sottolineare come gli utenti che possiedono un canale video potranno stilare una lista nera dove segnare le parole non concesse all’interno dei commenti così da limitare insulti e spam. I proprietari di canali potranno anche bloccare commentatori anonimi e/o sgraditi.

Per restare in tema di commentatori sgraditi o maleducati, pare che, secondo alcune indiscrezioni, i commenti bloccati verranno resi invisibili per tutti tranne che per chi li ha pubblicati. In questo modo l’utente non sarà tentato di crearsi un profilo falso per tornare a disturbare.

Ci sono, tuttavia, alcune perplessità. Il collegamento obbligatorio tra YouTube e Google+ desta non poche preoccupazioni a quanti pubblicano video in forma anonima, soprattutto quando si tratta di dissidenti politici o in zone ad alto rischio dove c’è la possibilità di subire ritorsioni. C’è però da dire che Google e YouTube consentiranno la pubblicazione dei commenti attraverso lo pseudonimo registrato sulla piattaforma video.

Modifiche senza dubbio interessanti e, spesso, necessarie. Ma noi vi chiediamo: cosa ne pensate di questo legame a doppio filo tra Google+ e YouTube?

Grucce e pizze, l’evoluzione della pubblicità

Ultimamente, una pratica pubblicitaria già consolidata negli Stati Uniti, sta iniziando a prendere piede anche in Italia. Si tratta dei media alternativi. Ma di cosa si tratta, precisamente? In breve, consiste nell’occupare con delle pubblicità degli spazi non ancora occupati. Ci sono diversi esempi ma per meglio rendere l’idea ecco una galleria Pinterest.

Alcuni esempi già attivi sul territorio con questa nuova pratica sono AdvertPizza, che stampa pubblicità sui cartoni della pizza a domicilio, Publigruccia, pubblicità direttamente sulle grucce per gli abiti di ritorno dalla tintoria e Frigo Magazine, magneti con appetitose ricette sponsorizzate da appendere al proprio frigorifero.

Al riguardo, l’osservatorio di AMMandmore.com ha pubblicato i risultati della ricerca sul mercato dei media alternativi. Hanno collaborato allo studio ADICO, Promotion Magazine, Spotandweb.it, Il Club del Marketing e della Comunicazione, IlFac.it e DistribuzioneModerna.info. Dai dati si evince come l’uso dei media alternativi sia discretamente diffuso in Italia. Ma diamo un occhio ad alcune cifre.

All’iniziativa hanno partecipato ben 1.320 Manager da tutta Italia a rappresentanza dell’intero settore della comunicazione. Delle imprese partecipanti, il 56.4% ha già in atto un programma di investimenti nel settore e il 94% delle aziende che investono si ritengono soddisfatte dei risultati.

Uno dei dati più rilevanti riguarda le aziende che non conoscono i media alternativi: l’81% di loro ha dichiarato di avere l’intenzione di approfondire questa nuova tipologia di advertising. Segno positivo anche per gli investimenti nel settore: più del 20% delle imprese che hanno preso parte alla ricerca hanno dichiarato di investire, in media, quasi l’11% del budget totale.

Per il prossimo anno è previsto un aumento degli investimenti delle azienda sui media alternativi anche se ancora il 55,7% non li conosce. Secondo la ricerca, però, l’interesse per questo nuovo settore è in aumento costantemente ed è chiaro che, anche qui, chi prima arriva, meglio alloggia.

Se volete saperne di più potete consultare il sito di Ammandmore.com, la prima Alternative Media Company italiana, da cui è possibile scaricare anche i dati dello studio sopra riportato.

Experience marketing: vivere la pubblicità

Abbiamo già trattato come la chiave per una campagna di successo sia trasmettere emozioni al pubblico che vengono collegate al brand e al prodotto stesso. Nell’ultimo periodo sta prendendo sempre più piede la pratica dell’Experience Marketing (marketing esperienziale).

Il nome è già abbastanza evocativo di per sé: si tratta proprio di calare il pubblico in un esperienza in cui gli verranno fatte provare le esatte emozioni e sensazioni che proverà quando acquisterà il prodotto. Una specie di prova prima dell’acquisto misto al “provare per credere”.

In questo particolare video, offerto dalla compagnia aerea Virgin Atlantic, una normalissima panchina di Manhattan viene trasformata in un posto in prima classe di un volo di linea. Non appena un passante si siede, ecco spuntare dal nulla hostess che offrono cocktail e prendono ordinazioni, camerieri che servono le pietanze mentre alcuni musicisti suonano musica dal vivo.

Subito dopo il pasto, viene offerta la possibilità di guardare un film o giocare a qualcosa. E qui la situazione diventa ancora più divertente: dei veri attori, acrobati e stuntmen in costume raffigurano, come fosse una rappresentazione teatrale, delle scene di film con tanto di cavalli e combattimenti. Si vede, addirittura, una rappresentazione del celeberrimo “space invaders”, il videogioco anni ’80 con attori in costume e una macchina che spara palline da tennis.

Un vero e proprio servizio a cinque stelle nel bel mezzo di una piazza. A chi non piacerebbe provare un’esperienza simile?

http://youtu.be/UpCsp1u1i88

Quando il marketing prevede i bisogni del consumatore: un caffè per uno sbadiglio

Siete in aeroporto. Avete affrontato un viaggio di diverse ore e il vostro prossimo volo parte solo un paio d’ore più tardi. Lo stress e il jet-lag si fanno sentire, così a correre in aiuto è un produttore di caffè olandese, Douwe Egberts, che ha fatto installare in un aeroporto di Johannesburg (Sudafrica) uno speciale distributore di caffè, privo di pulsanti, riportante solo il marchio del produttore.

Nel video che segue vedrete diversi passeggeri avvcinarsi al distributore e rimanere interdetti data l’assenza di comandi. Alcuni di loro, ancora sofferenti della stanchezza, si lasciano scappare degli sbadigli. Ed ecco che il distributore parte: un bicchiere di carta viene riempito con un buon caffè caldo per ricaricare le batterie del passeggero stremato.

Tutto questo è possibile grazie all’avanzatissimo software di cui è stata dotata la macchina. Si tratta di un programma di riconoscimento facciale in grado di distinguere quando una persona sta sbadigliando. Il distributore fa parte della campagna “Bye bye red eye”, in italiano “addio occhi rossi”, ovvio riferimento all’arrossamento dovuto alla stanchezza. Come si legge a inizio video, da alcuni studi è emerso che molti decidono di acquistare il caffè Douwe Egberts dopo averlo provato e per questo il distributore è stato installato proprio dove può essercene più bisogno, per far provare il brand alla potenziale clientela.

L’idea è senza dubbio geniale: donando un caffè ai bisognosi, il brand crea un particolare feeling con la clientela, che si sentirà coccolata e, addirittura, soccorsa nel momento del bisogno. Con queste associazioni positive legate al marchio è molto più probabile che l’acquirente sceglierà proprio quel caffè piuttosto che un altro. È questo tipo di affezione che rende un brand (e le sue campagne) un vero successo. Punto di forza della campagna è la “viralità”: il video viene condiviso perché “divertente” e intanto fa conoscere su scala mondiale il marchio, sfruttando l’effetto di risonanza che solo i social, come Facebook, Twitter e Google+, possono dare.

Non ci resta che sperare nell’installazione di distributori simili anche nei nostri posti di lavoro e nelle nostre stazioni. Chi disdegnerebbe mai un bel caffè fumante nel momento di vera necessità?

Il mercato pubblicitario secondo Assocom

Assocom, Associazione aziende di comunicazione, ha presentato il 26 giugno i dati sul mercato pubblicitario, in occasione dell’incontro Comunicare Domani tenutosi presso la Triennale di Milano.

Il mercato degli investimenti pubblicitari alla fine del 2012 si è attestato al -12,5%. Le previsioni del Centro di ricerca Assocom segnalano la stessa quota anche per la fine di quest’anno.

Questo processo di calo dell’investimento nei media tradizionali si è riscontrato in tutti i comparti: tra gennaio e aprile 2013, Nielsen ha rilevato una flessione totale degli investimenti del 18,9%, con un segno negativo per tutte le prime dieci categorie di investitori.

L’unico settore in cui è prevista una crescita del +5,7 è il digitale, mentre calano gli investimenti sugli altri mezzi di comunicazione come radio (-11%), TV (-12%), periodici (-20,9%) e cinema (-30%). Nel 2013 il peso percentuale maggiore sulla cifra totale dello spending è la televisione col 51,1%, al secondo posto troviamo il digitale al 19,9% che supera la stampa che si attesta al 17,2%.

Roberto Binaghi, Presidente del Centro studi Assocom, commenta: “Ma qualcosa si muove: le aziende stanno investendo in attività che sfuggono alla rilevazione perché sono totalmente al di fuori delle categorie e degli schemi con cui ancora vengono classificati i mezzi di informazione e misurate le loro performance. È il mondo dei cosiddetti media propri, in sensibile crescita, sostenuto soprattutto dalle piccole e medie imprese”.

Parliamo degli owned media ossia i “canali propri”, dei mezzi di informazioni di proprietà dell’azienda che sono gestiti liberamente senza dover investire in spazi a pagamento. Tra questi citiamo i siti web aziendali, le uscite publiredazionali, i flagship store e gli eventi promossi sul web. Il valore degli owned media si attesta a circa 1,5 milioni di euro.

Inoltre crescono anche gli earned media, i “canali guadagnati” grazie alla reputazione, ossia i social network, l’online buzz, il word of mouth. Anche l’indotto digitale del direct marketing sembra stia crescendo anche se si tratta di un altro canale che non può essere rilevato.

“Siamo convinti che la comunicazione sia un driver fondamentale per favorire innovazione e crescita, elementi di cui il nostro Paese ha molto bisogno e che sono al centro dell’agenda politica – sostiene Enrico Gasperini, co-Presidente di Assocom e Ceo di Digital Magic – E in che modo può esprimersi questo contributo? La comunicazione è un elemento chiave della concorrenza e questa genera innovazione.”

Da un’analisi di Giuliano Noci, ordinario di Marketing e Prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, il nuovo spazio mediale è composto di multi-screen, multi-tasking, e mobility. Le aziende diventano veri e propri editori e il mercato vede affacciarsi anche marche più piccole ma ben dirette verso gli strumenti offerti dai social network.

Si sente il bisogno di poter usufruire di nuove competenze e consulenti della comunicazione veri, che si impegnino con una visione strategica e operativa integrata, in linea con il sentire comune delle imprese che si aspettano una forte crescita delle attività digitali – secondo la ricerca Makno sull’evoluzione delle imprese di comunicazione.