Behavioral targeting, ai consumatori non piace

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Il recente studio condotto dai docenti delle Università della Pennsylvania, della California e di Berkeley insidia la pratica del “behavioral targeting”, ormai abitualmente e largamente utilizzata per raggiungere i consumatori nell’era digitale. La novità è la seguente: più essi sanno di essere monitorati, meno lo gradiscono.

La maggior parte degli adulti statunitensi (il 66%) non vuole che il marketing entri nella vita privata per adattare la pubblicità agli interessi specifici e una quota abbastanza bassa di cittadini (il 47%) gradisce ottenere sconti mirati per i propri interessi. Per di più, è stato rilevato che più gli intervistati conoscono i principali mezzi di raccolta delle informazioni, più la pratica li infastidisce. Più si conosce, più si resiste.

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Anche quando si precisa che la raccolta di informazioni da parte dei siti web si svolge in forma del tutto anonima, l’avversione resta: il 68% è certo di non voler essere monitorato, il 19% afferma che “probabilmente” non lo permetterebbe.

Il 69% degli adulti americani, inoltre, crede che ci dovrebbe essere una legge che attribuisca alle persone il diritto di conoscere ciò che i siti sanno su di loro e addirittura il 92% trova che tutti i siti dovrebbero eliminare le informazioni personali qualora l’interessato lo richiedesse.

Anche se lo studio ha scoperto che gli americani più giovani oppongono meno resistenza agli annunci su misura, permane un consistente 55% di intervistati tra i 18 e i 24 anni che non li vogliono. L’86%, poi, si dice contrario nel caso in cui sappia che le informazioni vanno a finire anche su altri siti web. Il 90%, addirittura, è contrario se i siti ricavano indicazioni dalle abitudini “offline” dei consumatori.

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Le motivazioni? Secondo gli esperti vi è una generalizzata avversione all’essere etichettati in quanto non si conoscono modalità e conseguenze di tali eventualità. Non è secondario il timore che i dati personali si traducano poi in annunci pubblicitari che potrebbero risultare “imbarazzanti” per chi li riceve. Gli americani si dicono favorevoli a “severe punizioni” nei confronti di coloro che violano la privacy online, provvedimenti che possono arrivare fino alla cessazione dell’attività per le società colpevoli e alla galera per i dirigenti responsabili. Sono altresì inclini ad accettare una maggiore apertura del mondo del marketing, ma a patto che sia in qualche modo più limpida e meno invadente.

Che sia così anche nel Belpaese?

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