Steve Jobs: un grande architetto del reale

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Apple ha perso un genio visionario e creativo, e il mondo ha perso una persona straordinaria. Chi di noi ha avuto la fortuna di conoscere Steve e lavorare con lui ha perso un amico, una guida, una fonte d’ispirazione. Steve lascia un’azienda che solo lui avrebbe potuto costruire, e il suo spirito resterà per sempre lo spirito di Apple”. E’ il triste epitaffio pubblicato sul sito ufficiale dopo che la notte scorsa una lunga malattia ha strappato alla vita il fondatore di una delle più grandi aziende creative del nostro tempo.

Una tra le scomparse più annunciate, ma che nessuno in verità avrebbe voluto un giorno si trasformasse in realtà. Un vuoto difficile da colmare e un esempio di successo aziendale senza eguali. L’uomo a capo del gruppo di Cupertino, assurto a icona pop del mondo dell’informatica , ha rivoluzionato il nostro modo di relazionarci col mondo e soprattutto ci ha regalato gli strumenti per cambiarlo, iMac, iPod o iPad che siano.

E allo stesso tempo ci ha ricordato cosa significhi essere concretamente dei visionari. Di mantenere intatto il coraggio delle proprie idee e di informarne lo spirito delle proprie creazioni, guardando dritti al futuro. Senza retorica e senza paura. Forse con un occhio rivolto al decennio degli anni Sessanta, dove tutto, realmente tutto sembrava possibile.

Cosa lascia in eredità Steve Jobs? Difficile dirlo adesso. Forse la straordinaria capacità di essere stato in grado di imporre una visione del mondo che fondeva inestricabilmente tecnologia ed estetica. Con la sola forza del proprio indiscusso carisma.

John Sculley, uno dei CEO di Apple, una volta definì l’azienda in questo modo: “La gente parla di tecnologia, ma la verità è che Apple è stata un’azienda di marketing. L’azienda di marketing del decennio“. Ed è forse questa una delle chiavi per comprendere chi fosse realmente Jobs.

Tra i numerosi ricordi dedicati al fondatore della Apple spicca quello dello scrittore Salman Rushdie, che  lo ha definito “uno dei grandi architetti del reale”. A noi piace ricordarlo con le celebri parole del suo discorso del 2005 agli studenti di Stanford: siate affamati, siate folli!

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