Pornomarketing

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Polaroid, Videotel, videoregistratori, home video, tv satellitare, internet, servizi telefonici a valore aggiunto, fotografia digitale, P2P, Mms. Per tutte queste tecnologie di comunicazione la possibilità di accesso, produzione o scambio di contenuti di tipo erotico e pornografico ha rappresentato una fondamentale chiave di successo e di sviluppo tecnologico. Nonostante la timidezza o il perbenismo di tanti responsabili marketing, la pornografia è ancora oggi il primo dei contenuti in grado di attirare first adopter su molte piattaforme tecnologiche. Non è un caso che l’unico settore di business che è parso immune alla crisi della new-economy a cavallo del 2000 è stato proprio quello di siti e servizi carattere pornografico. 
Sebbene non esistano valutazioni precise sulla reale diffusione di contenuti pornografici on-line secondo alcuni, il volume di traffico generato dal porno potrebbero arrivare al 50% del totale.
Probabilmente sono più corrette le più caute stime che valutano intorno al 10% la frazione di traffico prodotta dall’eros. Si tratta in ogni caso di numeri impressionanti. Se i numeri sono questi è perché sono milioni gli utenti alla ricerca quotidiana di sensazioni, emozioni ed erezioni che trovano nelle produzioni erotico-pornografiche la soddisfazione dei propri desideri.
Una richiesta talmente dinamica da non poter essere soddisfatta da una parco definito di fornitori di contenuto. Le immagini erotico-pornografiche eccedono continuamente i canali tradizionali di diffusione. Si insinuano nella posta elettronica, compaiono in blog, transitano rapidamente da un sito ad altro. Vengono scambiate, duplicate, copiate, modificate, talvolta addirittura spacciate per realizzazioni proprie od originali. Sono virali, il più virale dei contenuti della rete. Eppure, sebbene la viralità sia l’obiettivo più ricercato dalle agenzie di comunicazione e nonostante il sesso sia uno degli elementi più tipici della comunicazione pubblicitaria, nessun marchio ha mai pensato di utilizzare seriamente la pornografia come veicolo di promozione.
Tranne in alcuni rari casi. Nel 2003 Pony (marchio californiano di scarpe da ginnastica) ha provato ad utilizzare Jenna Jameson e altra starlette della scuderia Vivid per la propria campagna di advertising. Ben presto però ha dopo le pressioni dell’opinione pubblica Pony ha fatto marcia indietro e ha ritirato la campagna. Solo pochi mesi fa Amica Chips ha utilizzato un testimonial come Rocco Siffredi per il suo spot pubblicitario. Nonostante la censura del garante lo spot ha avuto un incredibile successo virale proprio in rete. Ma qui il successo è derivato dall’operazione di comunicazione non dalle caratteristiche intrinseche di uno spot decisamente casto.
Più interessante ed avanzato è invece il tentativo della azienda francese di abbigliamento Shai che, sempre quest’anno, ha messo on-line un vero e proprio catalogo porno interattivo. Anche in questo caso il successo in termini di buzz è stato ampio ma come in tutti i casi riportati il marchio ha dovuto fare i conti con un’associazione immediata e diretta tra i propri valori e l’immaginario pornografico utilizzato e oggi quella campagna non è più on-line.
Si tratta di una scelta che solo poche aziende possono permettersi oggi, mentre è possibile aggirare il problema attraverso campagne unbranded che utilizzino la pornografia come occasione di product placement. Per questo non è sembrata particolarmente accorta l’azione legale intentata da Bmw nel 2004 ai danni di Ask Jolene, uno dei maggiori motori di ricerca per contenuti porno, colpevole di restituire una decina di immagini esplicite quando veniva digitato come chiave di ricerca il termine "Bmw". Tutte immagini in cui l’auto tedesca appariva come sfondo oppure ambientazione di un qualche rapporto sessuale. Quando Bmw ha annunciato l’azione legale, qualcuno ha fatto notare che, su quel motore di ricerca, il marchio Porsche era presente più del doppio delle volte e quindi se Bmw aveva una presenza significativa tra le immagini pornografiche era forse dovuto al fatto che il marchio è in grado di esprimere valori di lusso ed eleganza formale così frequentemente associati al sesso e all’erotismo esplicito. Probabilmente è per questa ragione che alla fine Bmw ha desistito dal proseguire l’azione legale.
Il dato è che i marchi moderni sono ovunque possano esprimere i propri valori, spesso in modo indipendentemente dalla volontà delle aziende che li controllano. Questo fatto deve essere considerato un’opportunità da cogliere e non una negatività da evitare.
Molti portali erotici già utilizzino una strategia di questo tipo mettendo davanti all’obiettivo ragazze con t-shirt chiaramente brandizzate. E’ una strategia che può essere allargata a moltissimi generi merceologici. Basta riconoscere a tutti gli esibizionisti disposti a posare in modo appropriato accanto a un marchio, un rimborso per la tale attività o più semplicemente regalando il prodotto esposto.
Chiamiamo pornomarketing l’attività di diffusione su internet di immagini pornografiche amatoriali in cui sono valorizzati marchi o prodotti attraverso la loro rappresentazione in posizioni strategiche all’interno dello spazio visivo della scena riprodotta.
Articolo tratto da guerrigliamarketing.

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