Marketing visivo: il caso emoji

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Il 92% degli utenti web le usa. Di questi, più del 30% le usa molteplici volte al giorno. Le emoji nascono nel 1999 in Giappone, ma diventano un fenomeno globale solo negli ultimi anni in stretto legame con i nuovi social media. Il loro successo contagiante è dato dall’immediatezza e dalla trasversalità: si tratta di un linguaggio visivo che oltrepassa le barriere linguistiche ed esprime emozioni difficilmente descrivibili a parole.

Molti brand internazionali hanno pensato bene di sfruttare le emoji per scopi promozionali, in particolare per raggiungere il pubblico più giovane, quello dei millennials. Le faccine colorate infatti non vengono bloccate dai software di ad-blocking, sono facilmente riproducibili sulle principali piattaforme social come Snapchat e Instagram e, non meno importante, usarle è gratis. Twitter ha recentemente iniziato ad offrire alle aziende un servizio di personalizzazione delle emoji per usarle nelle inserzioni pubblicitarie, servizio per il quale brand come CocaCola, Starbucks, Disney e molti altri hanno investito più di un milione di dollari.

Campagne Twitter.
Sono molti gli esempi di prodotti promossi attraverso diverse “faccine” ideate appositamente. Quando la discografia dei Beatles è stata resa disponibile sui servizi di streaming, Spotify ha creato un’emoji raffigurante la copertina di Abbey Road che compariva alla digitazione di #BeatlesSpotify, fornendo un’importante promozione al brand. La stessa strategia è stata adottata da Samsung con un’emoji personalizzata  in occasione del lancio dell’ultimo smartphone e dalla Pepsi durante il Super Bowl. Un’altra campagna questa volta a costo zero per l’azienda è stata quella della marca di birra Bud Light, che in occasione della festa dell’indipendenza americana ha twittato una bandiera a stelle e strisce fatta di tre emoji, tra cui una di birre, integrando perfettamente la promozione del proprio prodotto all’evento.

Emoji oltre la rete.
Un uso gettonato delle emoji è combinarle insieme per creare fantasiosi rebus, che applicati nel mondo del marketing possono rivelarsi soluzioni geniali o totali fallimenti. Un esempio positivo è la campagna della 20th Century Fox per la promozione del film “Deadpool”. Nell’altro estremo dello spettro invece troviamo la campagna della Chevrolet per il lancio dell’ultimo modello “Cruze”, ideato in uno statement interamente scritto in emoji, il cui messaggio è tutt’altro che comprensibile. Come per tutte le cose, anche con le emoji bisogna agire con moderazione.
Ma l’idea più innovativa è quella del fast food Domino’s Pizza, che ha portato il potere delle emoji a un livello senza precedenti. Grazie al servizio “tweet-to-order”, una volta che l’utente si è registrato sul sito della catena deve solo twittare l’emoji della fetta di pizza per vedersi recapitare la sua pizza preferita direttamente a casa.

È impossibile prevedere quale sarà la prossima frontiera del marketing. Dieci anni fa nessuno si sarebbe aspettato che delle faccine colorate potessero diventare uno strumento fondamentale per la promozione del proprio brand. Il tuo piano marketing è al passo coi tempi? Se la risposta è no, sei in tempo a rimediare.

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