La campagna finisce dove inizia la libertà di parola

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Voltaire in passato disse “Posso anche non condividere la tua idea, ma darei la vita affinché tu la possa esprimere.”. Un pensiero nobile, rappresentativo della lotta secolare per la libertà di parola ma che certamente non fa riferimento alla nuova campagna di marketing realizzata dalla filiale italiana della birra danese Ceres.

Quest’ultima ha messo online lunedì scorso un sito completamente rosa che annuncia il lancio della nuova bevanda, la Ceres Soft Ale: una birra a bassa gradazione alcolica, aromatizzata al lampone e allo zenzero e indirizzata ad un pubblico femminile.

Un filtro rosa accompagna anche lo spot nel quale compaiono giovani donne impegnate a sorseggiare questa nuova birra a bordo piscina e ad ammiccare ai ragazzi che sono in loro compagnia.

Non si tratta certamente di un gran capolavoro di marketing ma se soltanto si fossero limitati al video un po’ trash avrebbero di certo fatto meglio. E invece no. Nella logica della partecipazione condivisa e dell’interazione promossa dal web 2.0, l’azienda ha deciso di chiedere agli utenti di lasciare un messaggio, rivolto alla nuova birra, all’interno del suo sito.

Sarà per il filtro rosa adottato sia nel video che nel sito o per l’idea del gusto nauseabondo di una birra così aromatizzata per un pubblico italiano già poco propenso alle novità particolari, ma il riscontro non è stato per niente positivo.

Insulti, battute ciniche, derisioni a livelli esorbitanti compaiono tra i messaggi degli utenti che esprimono con gran convinzione e senza alcuna moderazione le loro idee a riguardo del nuovo prodotto.

Secondo le aspettative di molti il 1 aprile, giorno del lancio del prodotto, la Ceres esordirà ammettendo che si è trattato di uno scherzo ma anche se così fosse ormai dissapori vari ed eventuali sono ormai venuti a galla.

Non solo si ha avuto l’ennesima dimostrazione di quanto il mondo del web sia intriso di persone rabbiose e senza filtri nella condivisione dei propri pensieri (vedi i casi recenti di Cynar e o IKEA), ma si sa per certo che tutti questi sfoghi personali rimarranno, in qualche modo, ancorati al brand.

Certa è la colpa della mancata presenza di moderatori che filtrassero i messaggi lasciati nel sito ma la domanda che sorge è: non potrebbero gli utenti diventare moderatori di loro stessi?

Francesca Zia
Ha studiato Economia e Gestione Aziendale presso l’Università degli Studi di Trieste. Appassionata di marketing e di economia, segue con attenzione le ultime tendenze in fatto di comunicazione

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